Technologie e Diritti

Parlamento Europeo: monitoraggio sistematico dei diritti in tutti i paesi UE

Il Parlamento Europeo ha messo a punto un modello attraverso cui l'UE potrebbe proteggere meglio diritti, democrazia e stato di diritto. E' un grande passo in avanti, ma senza il sostegno della Commissione e del Consiglio potrebbe essere un binario morto.

by Israel Butler
L'Ungheria e la Polonia sono gli esempi più gravi di deterioramento della situazione dei diritti, della democrazia e dello stato di diritto nell'Unione Europea. Ma non saranno l'ultimo caso (teniamo gli occhi aperti sulla Croazia) e non sono gli unici governi UE a violare i “diritti fondamentali” dell'Unione.

L'UE deve attrezzarsi meglio

Nel 2014 la Commissione Europea ha risposto a questa deriva preoccupante creando una “rule of law framework”, che consente di avviare dialoghi con i governi che violano tali principi. Nel 2015, i ministeri di 28 governi UE nel Consiglio hanno avviato la procedura interna: un “dialogo annuale sullo stato di diritto.” Ma nessuna delle due misure ha messo al sicuro i valori fondamentali dell'UE. La Commissione attiva la procedura solo in casi estremi e finora l'ha applicata in maniera selettiva – con la Polonia, ma non con l'Ungheria. E il dialogo con il Consiglio è stato finora un esercizio superficiale e insignificante.

Ieri, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in cui propone un nuovo sistema – un patto sulla democrazia, lo stato di diritto e i diritti fondamentali (o “DRF”) – che dovrebbe valutare annualmente tutti i paesi UE e la stessa UE. La parlamentare Sophie in ‘t Veld del gruppo liberale è autrice del testo originario, in gran parte rimasto intatto dopo il dibattito politico.

Il Parlamento Europeo raccoglie la sfida

Per sintetizzare il patto DRF: un organismo indipendente di esperti (il comitato DRF) compilerebbe un rapporto di valutazione su ogni paese. Il rapporto sarebbe approvato dalla Commissione e in seguito discusso all'interno del Parlamento Europeo insieme ai parlamenti nazionali, oltre che dai ministri nel Consiglio. La Commissione sarebbe tenuta ad aprire i dialoghi con i governi identificati dal comitato DRF come problematici. Se il comitato DRF valutasse alcune questioni come particolarmente serie, tutte e tre le istituzioni sarebbero tenute a partecipare ad un dibattito formale su come attivare l'articolo 7 del Trattato dell'Unione, che prevede la somministrazione di sanzioni.

Il patto DRF: un grande passo in avanti

Il patto DRF potenzierebbe in maniera significativa la possibilità dell'UE di proteggere i valori fondamentali. Al momento, la questione se l'UE debba discutere anche dello stato dei diritti di uno stato membro (per non parlare di un eventuale intervento) è altamente politicizzata. Di conseguenza, i trasgressori sono spesso in grado di rifuggire le critiche, come nel caso del partito di governo ungherese, che è stato protetto dalla censura perché fa parte del gruppo politico di maggioranza del Parlamento Europeo, l'EPP.

I governi problematici vengono esaminati dall'UE soltanto quando una costellazione fortuita di fattori si trova allineata per rimuovere gli ostacoli politici. Per esempio, l'attuale governo polacco fa parte di un gruppo minoritario all'interno del Parlamento Europeo che non è in grado di difenderlo dalle critiche. Analogamente, la Commissione non ha voluto avviare la procedura di valutazione dello stato di diritto in Ungheria. Farlo avrebbe significato un'imbarazzante ammissione che la precedente Commissione Barroso non era stata in grado di indagare in maniera accurata sul governo. Più in generale, l'articolo 7 della procedura non è mai stato attivato perché né il Parlamento, né il Consiglio, né la Commissione hanno mai mostrato sufficiente volontà politica.

Come ha evidenziato la ‘t Veld, le attuali procedure sono “passibili di critiche di essere politicamente motivate”. Al contrario, continua, in base al patto DRF “tutti gli Stati Membri... sarebbero trattati allo stesso modo e valutati sulle stesse basi. Il meccanismo sarebbe obiettivo, basato sulle evidenze e permanente, anziché guidato dall'emergenza.”

Il patto DRF eviterebbe l'ostruzione politica perché renderebbe obbligatoria la valutazione e la discussione su tutti paesi. Inoltre, la decisione avrebbe una ricadura sulle azioni follow-up – vale a dire, se la procedura della Commissione venisse attivata e se le tre istituzioni discutessero l'attivazione dell'art. 7 – con un comitato indipendente del DRF.

Anche se il patto DRF non prevede nuove sanzioni e non può somministrare automaticamente sanzioni ai sensi dell'articolo 7, sarebbe un passo in avanti rispetto alla situazione attuale. Primo, creerebbe una pressione politica più forte sui governi problematici. Questo perché il comitato DRF potrebbe attivare la procedura della Commissione in maniera più frequente rispetto a quanto farebbe la Commissione lasciata a se stessa. E perché il comitato DRF sarebbe in grado di obbligare tutte le istituzioni a discutere formalmente se attivare l'articolo 7, cosa che raramente avviene ora.

Secondo, il patto DRF farebbe sì che la pressione politica venga esercitata in maniera più mirata e concertata rispetto a quanto avviene ora, perché riunirebbe e migliorerebbe gli strumenti esistenti. La Commissione sarebbe obbligata ad attivare la procedura in maniera più sistematica. Il dialogo del Consiglio sullo stato di diritto diventerebbe più significativo perché sarebbe fondato sui report nazionali pubblicati dal DRF e sulle raccomandazioni della Commissione. Questo sarebbe già un significativo miglioramento rispetto a quanto avviene al momento, dove la situazione dei diritti nei singoli governi non viene neanche discussa. Il patto DRF aggiunge un nuovo attore: anche il Parlamento Europeo discuterebbe i rapporti DRF con i parlamenti nazionali.

Questo tipo di pressione politica concertata potrebbe non essere sufficiente da sola ad obbligare singoli governi a cambiare rotta. Ma insieme alle altre misure UE per promuovere il sostegno dell'opinione pubblica ai valori fondamentali dell'UE, cosa prevista anche dalla risoluzione del Parlamento Europeo, il patto DRF potrebbe fare davvero la differenza.

Ma il parlamento potrebbe aver bisogno di un “piano B”

La risoluzione del parlamento che istituisce il patto DRF non è vincolante. La risoluzione richiede che la Commissione, che è responsabile del processo di iniziativa legislativa, metta sul tavolo una proposta di legge per creare la nuova procedura. Sfortunatamente, Frans Timmermans, Primo Vice-Presidente della Commissione, si è opposto più volte alla creazione di un nuovo meccanismo. Inoltre, la Commissione difficilmente presenterebbe una proposta che comporterebbe la sua perdita di controllo su quando attivare la procedura dello stato di diritto. E sebbene alcuni governi siano pronti a rinforzare i dialoghi sullo stato di diritto in Consiglio, molti altri si oppongono fermamente ad un controllo massiccio.

La triste realtà è che se il Parlamento Europeo vuole migliorare la protezione dei valori fondamentali UE, può aver bisogno di ricorrere a un “piano B” che gli consenta di andare avanti da solo, come dialogo interparlamentare precedentemente suggerito da questo autore.


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