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Sentenza sui permessi umanitari: occasione mancata per riaffermare valori UE

La Grande Camera della Corte di Giustizia Europea ha inviato un messaggio preoccupante con la sentenza secondo cui gli stati UE non sono tenuti a rilasciare permessi umanitari a tutti coloro che sono costretti a fuggire da situazioni inumane e degradanti.

di David Morelli
Nella tanto attesa sentenza della Grande Camera della Corte di Giustizia Europea (CGUE), la cui portata va ben oltre il contesto belga, si legge che gli stati membri UE non sono obbligati a rilasciare permessi umanitari a chiunque sia costretto a fuggire da situazioni inumane e degradanti.

Questa sentenza è molto deludente e va contro l’opinione dell’avvocato generale della Corte. Inoltre invia un segnale preoccupante sul fatto che l’Unione Europea e i suoi stati membri stanno sempre più potenziando i controlli alle frontiere e restringendo l’accesso al loro territorio ai migranti e ai rifugiati.

La Corte ha perso un’occasione storica per riaffermare i valori dell’UE e il suo impegno nella tutela dei diritti fondamentali.

Il Belgio chiude le porte

Il caso deriva da una precedente sentenza richiamata dal Belgium Litigation Counsil (CCE), in cui si decideva il caso di una famiglia siriana a cui era stato negato il permesso di soggiorno umanitario da parte del governo belga.

Si tratta di un caso molto simile ad un altro, di cui si è parlato molto alla fine del 2016, riguardante una famiglia di Aleppo a cui lo stato belga aveva rifiutato di fornire un permesso umanitario, nonostante lo stato fosse tenuto a farlo a seguito di decisione giudiziaria, previo pagamento di una sanzione.

A seguito di quel caso, il Belgio aveva tentato vari ricorsi, poiché non voleva “creare un precedente” e aprire le porte ai rifugiati che si trovavano nella stessa situazione. Il segretario di stato per l’asilo e l’immigrazione, Theo Francken, si era nascosto dietro alla discrezionalità decisionale. Il caso aveva suscitato varie reazioni da parte di molti stati membri UE e della Commissione Europea, che aveva sostenuto la posizione del Belgio.

Opinione contraria dell’avvocato generale

La Corte di Giustizia Europea si è espressa sulla questione del rilascio di permessi di soggiorni umanitari, che sono previsti dalla legge europea nel caso in cui le persone siano esposte a grave pericolo nel paese di origine e qualora non abbiano altri mezzi se non illegali e altamente pericolosi per raggiungere l’Europa (nel 2016 si sono registrate oltre 5.000 morti nel solo Mar Mediterraneo).

Il 7 febbraio l’avvocato generale della Corte di Giustizia, Paolo Mengozzi, ha espresso le sue rilevanti conclusioni che si oppongono fermamente alle motivazioni addotte dallo stato belga su questo caso.

Secondo Mengozzi, gli stati UE non hanno spazio di manovra quando si tratta di rilasciare permessi a persone che hanno presentato richiesta di protezione internazionale qualora sussistano fondati motivi di ritenere che negare tale protezione significherebbe esporli a tortura o trattamento inumano e degradante (ai sensi dell’art. 4 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea).

Questo dovrebbe valere indipendentemente dal fatto che queste persone abbiano o meno un legame con un paese UE e senza che sia necessario che siano presenti sul territorio o al confine dello stato europeo in questione. Da un punto di vista giuridico, l’opinione dell’avvocato generale è esemplare e corretta, poiché esprime i valori umanitari su cui si fonda l’UE.

CGUE va per la sua strada in maniera preoccupante

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha deciso di non tener conto dell’opinione dell’avvocato generale e ha stabilito che gli stati UE non siano tenuti a rilasciare permessi umanitari. Di conseguenza, gli stati UE restano liberi di valutare la natura umanitaria di ogni richiesta e responsabili di supervisionare l’accesso al loro territorio e le procedure di richiesta di asilo.

Questa sentenza, firmata da 15 giudici, riflette chiaramente un contesto di crisi politica in cui i leader europei scelgono politiche di “esternalizzazione” dell’asilo e chiudono i confini, poiché i migranti sono considerati una minaccia da cui gli stati devono proteggersi.

Disapproviamo questa sentenza e non condividiamo le analisi della Corte, che ancora una volta autorizzerà gli stati europei, Belgio compreso, a rifiutarsi di rilasciare permessi umanitari a persone che corrono seri rischi. Di conseguenza, queste persone continueranno a non aver scelta e a mettere le loro vite in pericolo per raggiungere il territorio europeo per poter ottenere protezione.

Il Belgio deve dimostrare umanità

Se i permessi umanitari non sono considerati un modo legale e sicuro per entrare in un territorio, la stessa procedura di asilo non può essere realizzata. Eppure questo diritto è contenuto nella Convenzione di Ginevra del 1951, nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nella Carta dei DirittiFondamentali dell’Unione Europea.

Con le argomentazioni giuridiche adottate in questo caso, la Corte di Giustizia Europea sta mettendo sempre più a repentaglio questo diritto fondamentale.

Anche se questa sentenza non impone al Belgio di rilasciare permessi umanitari, neanche alle famiglie siriane di Aleppo, allo stato si chiede comunque di rivedere ogni caso in maniera individuale e di tenere in considerazione ogni circostanza specifica, compresi i legami tra i richiedenti e il nostro paese (l’esistenza di familiari, di una famiglia ospitante o di qualche forma di sostegno privato nel paese).

Sollecitiamo lo stato belga ad adottare dei criteri di valutazione delle domande, per arginare i rischi di arbitrarietà. Ancor più importante, chiediamo al Belgio di esaminare le richieste con tutta l’umanità e la solidarietà che queste procedure richiedono.