‘Uscire dal ghetto’: politiche pubbliche fallimentari, migranti vivono ai margini

L’incapacità delle autorità romane nell’affrontare la situazione dei migranti ha spinto molti di loro a vivere ai margini, socialmente esclusi e senza sapere cosa li aspetti.

Le organizzazioni Alterego-Fabbrica dei Diritti, A Buon Diritto Onlus, MEDU-Medici per i Diritti Umani, BE Free, e Women’s International league for peace and freedom hanno prodotto un rapporto sulle condizioni di vita dei migranti in Via di Vannina, a Roma.

Il rapporto descrive il modo in cui centinaia di persone hanno vissuto in un edificio di Via di Vannina 78 tra il 2014 e il marzo 2018, finché la polizia è intervenuta per sfrattare i residenti e chiudere l’edificio.

Al momento della chiusura, il luogo è diventato un ghetto, socialmente escluso dal resto della società italiana, in gran parte per via dell’indifferenza delle istituzioni pubbliche.

Il contesto

L’edificio di Via di Vannina 78 è stato occupato da oltre 200 persone. La maggior parte di queste persone erano cittadini extra-comunitari.

A causa del gran numero di residenti e della marginalizzazione che hanno dovuto affrontare, l’edificio si è trasformato in una baraccopoli urbana: al piano terra, i residenti hanno tirato su baracche senza elettricità, acqua e servizi igienici. Le condizioni di vita erano estremamente precarie.

Medici Senza Frontiere (MSF) è intervenuta il 21 luglio 2017 per aiutare le persone con gravi lesioni: una con una frattura all’osso orbitale e al setto nasale; una con contusioni alla testa e alla schiena e ferite al braccio sinistro; un’altra con una contusione alla gamba e pregressa frattura alla tibia rotta e un’altra ancora con una contusione all'articolazione metatarso-falangea. Il caso più grave ha riguardato un uomo originario del Gambia che è stato ferito da un poliziotto e in conseguenza di questo ha perso per sempre la vista all’occhio destro.

1) I residenti di Via di Vannina

Nel mese di giugno 2017 circa 300 persone vivevano nell’edificio, comprese famiglie con bambini che in seguito si sono trasferite in altri paesi europei. Molti residenti erano giovani che, dopo essere stati ospitati da famiglie private, sono stati costretti a trovare un nuovo posto in cui vivere e non avevano altre alternative che stare in Via di Vannina.

La maggior parte dei residenti erano uomini, le donne che vivevano nell’edificio erano solo cinque. Le età registrate vanno dai 18 ai 30 anni e la maggioranza degli abitanti proveniva da Congo, Gambia, Ghana, Guinea, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo.

2) Le condizioni

Le condizioni igienico-sanitarie di tutti e tre i piani dell’immobile erano fortemente precarie: infestazioni di ratti, cumuli di spazzatura e mancanza di servizi igienici adeguati, con sole cinque cabine di legno, costruite dai residenti e adibite a bagni.

3) I motivi dell’isolamento

La mancanza di integrazione sociale unita alla scarsa conoscenza della lingua e alla mancanza di opportunità lavorative, hanno contribuito all’isolamento sociale dei migranti.

4) Residenza

Un altro aspetto che ha spinto le persone a vivere nell’edificio di Via di Vannina è il mancato rinnovo dei permessi di soggiorno, a causa della richiesta della Questura di Roma - Ufficio immigrazione di fornire un indirizzo di residenza.

La residenza è un diritto fondamentale per l’individuo, poiché è strumentale all’esercizio diulterioridiritti:adesempio,èindispensabileperbeneficiaredei servizi sociali, per l’iscrizione al Sistema sanitario nazionale (SSN) e per la registrazione presso i Centri per l’impiego (CPI).

5) Risultati

Gli ex-occupanti di Via di Vannina sono in gran parte cittadini extra-comunitari che vivevano da un po' in Italia, che hanno alle spalle un’esperienza di lavoro significativa e manifestato la volontà di intraprendere una carriera professionale in grado di garantire loro piena autonomia.

Le cause principali delle precarie condizioni di vita e dell’isolamento sono:

  • L’inefficacia del sistema di accoglienza;
  • Le pratiche difformi della Questura di Roma;
  • Le difficoltà nell’ottenere un permesso di residenza.

Conclusioni e raccomandazioni

In seguito alla chiusura non autorizzata di Via di Vannina 78, senza il consenso della Sala Operativa Sociale (SOS), l’istituzione pubblica incaricata della gestione delle emergenze sociali, l’edificio è stato riaperto e molte ONG hanno fornito sostegno sia materiale che emotivo ai residenti e tentato di individuare soluzioni pratiche per prevenire un ulteriore isolamento.

A Buon Diritto, Alterego – Fabbrica dei diritti e BeFree hanno fornito supporto legale, mentre Intersos e Medici per i diritti umani (MEDU) hanno fornito assistenza sociale e medica. Women’s International league for peace and freedom ha aiutato i residente a trovare opportunità di lavoro, per far fronte alle condizioni di vita precarie.

Simbolicamente, le ONG hanno provato ad aprire uffici di sostegno in Via di Vannina, per dimostrare che si possono trovare soluzioni attraverso la cooperazione e la comprensione a livello comunitario.

1) Un sistema di accoglienza inefficace

I dati sui residenti di Via di Vannina 78 rivelano come molti richiedenti asilo abbiano sperimentato difficoltà nello spostarsi autonomamente in Italia. Tale condizione è dovuta alla mancanza di competenze linguistiche per comunicare in italiano, oltre che alla comprensione culturale per partecipare all'ambiente di lavoro italiano.

Raccomandazioni:

La legge 46/2017 ha previsto l’obbligo dell’iscrizione all’anagrafe della popolazione residente dei richiedenti asilo accolti nei centri di accoglienza, ad opera del responsabile della struttura, che deve anche comunicare alle autorità competenti qualsiasi variazione della residenza. Prima, infatti, tale iscrizione era una mera facoltà e ,come dimostrano le testimonianze dei migranti di via di Vannina, pochi di loro sono stati iscritti nell’apposito registro dei Comuni competenti. Pertanto, tenendo in considerazione il tema principale di questo lavoro, ribadiamo l’assoluta necessità che l’intero sistema di accoglienza si adegui a questa prescrizione. Così facendo, anche in caso di fuoriuscita dal centro di accoglienza, la cancellazione registrata dagli uffici comunali faciliterebbe una nuova iscrizione anagrafica in un altro comune o a un diverso indirizzo dello stesso.

Il documento di cancellazione risulta importante anche per le procedure in Questura, al fine di dimostrare la variazione della dimora abituale e quindi l’eventuale cambio di competenza da una Questura all’altra. In questo modo, qualsiasi richiedente potrà comunque beneficiare di tutti i servizi che sono stati elencati, ricevendo un’assistenza, seppur minima, che gli consenta comunque di proseguire il proprio percorso di inclusione. Inoltre, risulta essenziale aprire un momento di confronto sui limiti dell’attuale sistema istituzionale di accoglienza, ponendo al centro l’omogeneità e l’innalzamento qualitativo degli standard.

2) Le pratiche difformi della polizia di Roma

Secondo il rapporto, il principale problema è la mancanza di un permesso di soggiorno. Tutti i cittadini legalmente residenti in Italia dovrebbero potervi accedere e, tranne in casi eccezionali, fornire la dichiarazione di residenza dovrebbe essere sufficiente per ottenere un permesso.

Inoltre, la procedura di rinnovo del permesso di soggiorno temporaneo per i richiedenti asilo è – in teoria – un processo semplice e veloce, proprio per la situazione particolare in cui queste persone versano. Tuttavia, La Questura di Roma - Ufficio Immigrazione, pretendendo arbitrariamente il certificato di residenza, avanza una richiesta a nostro parere illegittima, che pone un ostacolo difficilmente superabile e che compromette di fatto l’esercizio di alcuni diritti basilari, quali lavorare, curarsi, stipulare un contratto di locazione o iscriversi a scuola, con conseguenze che possono rivelarsi drammatiche in termini di emarginazione sia fisica che sociale.

L’esperienza di via di Vannina è l’esempio lampante di come le pratiche delle istituzioni pubbliche possano impattare sugli standard di vita di intere comunità. La polizia dovrebbe promuovere uguaglianza, legalità e giustizia tra tutti i residenti nel territorio italiano, e dovrebbe anche porre fine a qualunque comportamento contrario alle norme costituzionali, in particolare rispetto alla promozione, inclusione, sicurezza e rispetto di tutti.

Raccomandazioni:

La Questuradi Roma-Ufficio Immigrazione dovrebbe, pertanto, recepire correttamente la circolare del Ministero dell’Interno del 18 maggio 2015 sulla protezione internazionale e i permessi di soggiorno. Occorre sottolineare che un permesso di soggiorno è essenziale e senza di esso l’iscrizione anagrafica non è possibile.

Un primo tentativo per creare condizioni di accoglienza più armoniose è stato fatto con la circolare del Ministero dell’Interno del 17 novembre 2006, secondo cui le Questure devono rilasciare la ricevuta dell’avvenuta presentazione della domanda del titolo di soggiorno (il cosiddetto “cedolino”). Questa procedura aiuta i richiedenti asilo ad avviare le ulteriori procedure di integrazione per regolarizzare il loro status. Tale sistema, se funziona, sembra potrebbe essere applicato anche in caso di rinnovo del permesso di soggiorno per richiesta d’asilo.

3) Difficoltà ad ottenere un permesso di residenza

Per i rifugiati, l’articolo 26 della Convenzione di Ginevra precisa che: “Ciascuno Stato contraente concede ai rifugiati che soggiornano regolarmente sul territorio il diritto di scegliervi il loro luogo di residenza”.

Il governo italiano specifica, con la circolare del Ministero dell’Interno del 18 maggio 2015, che l’iscrizione anagrafica può avere luogo anche qualora non ci sia un luogo stabile in cui vivere. Infatti, il diritto ad avere un permesso di soggiorno e una regolarizzazione del proprio status è indipendente dalle condizioni di vita del richiedente asilo.

In teoria, gli uffici anagrafici potrebbero aiutare i richiedenti asilo a registrarsi prima di avere indicato una residenza permanente. Nella pratica, tuttavia, i richiedenti asilo sono spesso senza fissa dimora e devono ricorrere ai servizi sociali per avviare la procedura di iscrizione all’anagrafe.

Un altro difetto del sistema è la gestione del tempo. Nella maggior parte dei casi, il permesso di soggiorno temporaneo scade prima che l’applicazione sia stata processata o addirittura presa in considerazione.

La procedura è complicata e disfunzionale: da un lato, i richiedenti asilo hanno presentato richiesta di permesso di soggiorno e sono in uno stato di limbo, senza sapere cosa potrebbe accadere dopo; dall’altro lato, la Questura di Roma non dà alcuna forma di ricevuta o prova che dimostri che il richiedente asilo ha presentato richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno.

La maggior parte dei rifugiati e dei migranti diventano senza fissa dimora senza alcun documento per via delle attuali condizioni di accoglienza. Occorre sottolineare anche che al momento i comuni che rilasciano le iscrizioni anagrafiche sono oberati.

Raccomandazioni:

Il rapporto suggerisce che, ad un anno dall’implementazione della risoluzione 31/2017, è giunto il momento di confrontare i risultati delle politiche e di come queste impattano sulle persone. Questo implica un dialogo inter-intra istituzionale tra ONG e istituzioni pubbliche, per fornire soluzioni pratiche e proposte politiche per migliorare le norme attuali.

Leggi qui il rapporto completo.