La vera libertà di informazione fatica ad affermarsi in Italia

Dopo la tanto attesa approvazione di un FOIA italiano, l'Italia è salita in classifica in tema di diritto all'informazione – ma solo in teoria, poiché nella pratica c'è ancora molto da fare per garantire la libertà di informazione.
Fino al 2013 la Legge 241/1990 era l'unico strumento disponibile per i cittadini italiani per far valere il proprio diritto all'accesso alle informazioni in possesso delle Pubbliche Amministrazioni (PA).

L'incapacità della legge di garantire un controllo completo sulle attività delle pubbliche ammiistrazioni da parte della società più ampia ha spinto verso una riforma nel 2013, che ha portato alla ratifica del Decreto Trasparenza da parte del Consiglio dei Ministri Italiano.

Il Decreto Trasparenza in parte ha esteso il diritto dei cittadini di accedere all'informazione in possesso delle PA, introducendo numerosi requisiti per la pubblicazione sui siti pubblici. Nonostante questo, il requisito dell'”accesso universale”, pietra miliare di qualunque Freedom Of Information Act (FOIA) che consente a chiunque di richiedere qualunque documento, non era ancora stato previsto.

Un FOIA davvero completo che comprendesse tale disposizione è entrato in vigore nel 2016, soprattutto grazie alla pressione esercitata sul Governo e il Parlamento dal movimento Foia4Italy – un'iniziativa di oltre 30 organizzazioni della società civile.

Diritto più ampio – in teoria

In virtù dell'entrata in vigore di un vero FOIA, l'Italia ha compiuto uno storico passo in avanti nel Rights to Information Rating, classifica internazionale sull'accesso all'informazione.

Si tratta di un giudizio sulla carta, tuttavia, che misura soltanto la qualità delle leggi. L'ONG “Diritto di Sapere” quindi ha realizzato un monitoraggio sull'implementazione del FOIA italiano per indagare come le PA rispondono alle richieste di accesso nel loro lavoro quotidiano.

I risultati sono stati pubblicati nel rapporto “Ignoranza di Stato”, un titolo che di per sé fa luce sull'implementazione del FOIA da parte delle pubbliche amministrazioni italiane.

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Misurare l'accesso – nella pratica

56 partecipanti, tra cui cittadini ordinari (15), giornalisti (18) e attivisti di associazioni (23), hanno preso parte al monitoraggio e hanno raccolto in totale 800 richieste di “accesso universale” alle PA, con l'obiettivo di indagare e far luce su alcune questioni che riguardano da vicino le amministrazioni e il loro lavoro.

A causa dell'eterogeneità del gruppo di partecipanti, l'oggetto delle loro richieste è stato molteplice: tra i temi più frequenti, l'assistenza sanitaria (48%), le spese del governo (18%) e i migranti (15%), ma anche diritti LGBT, di rom, disabili (5%) e dell'ambiente (4%).

La natura delle PA cui sono state rivolte le domande è quindi legata all'argomento e al contenuto delle richieste che i partecipanti hanno scelto di presentare.

Questi i risultati:

  • 7 richieste su 10 sono state ignorate. Il silenzio amministrativo è ancora diffuso: il 73% delle richieste FOIA non ha ricevuto risposta entro 30 giorni, come previsto dalla modifica del 2016 al Decreto Trasparenza. Anche considerando le risposte ricevute entro 45 giorni, la quota di PA che hanno ignorato la richiesta ammonta al 53%. Quindi, la maggior pare delle pubbliche amministrazioni italiane ignora le richieste dei cittadini, violando così la legge che prevede di fornir loro una risposta – tra le amministrazioni che destano maggiore preoccupazione figurano ospedali, ministero e amministrazione della salute, ma anche comuni e prefetture.
  • Troppi rifiuti illegittimi. Il FOIA prevede numerosi limiti ed eccezioni all'”accesso universale” che sono l'unico appiglio che le PA possono utilizzare per giustificare un rifiuto. Tuttavia, il 35% dei rifiuti registrati durante il monitoraggio appartiene alla categoria dei “rifiuti illegittimi”, come nel caso in cui l'accesso viene negato per mancanza di una chiara motivazione o in modo non conforme alle eccezioni previste dal FOIA. In vari casi, la richiesta è stata presentata conformemente alla precedente legge sull'accesso all'informazione (241/1990) o è stata considerata una richiesta di accesso civile a documenti pubblici. Si tratta di chiari segnali che devono tener alta l'attenzione rispetto a come il nuovo FOIA sia ancora poco conosciuto e rispettato dalle PA, il che suggerisce la necessità di investire risorse nella formazione dei funzionari pubblici.
  • Se interpretato in maniera corretta, il FOIA è uno strumento prezioso. Anche se permangono grossi problemi di interpretazione/applicazione, il rapporto sottolinea che “l'accesso universale”, se correttamente interpretato, dà accesso ad alcuni tipi di documenti, dati e informazioni che erano inaccessibili ai cittadini con la precedente legge 241/1990. Vale la pena ricordare che alcune richieste che erano state ignorate nel 2013, quando la legge 241/1990 era ancora in vigore, sono state rinviate e hanno ricevuto risposta positiva in questo monitoraggio.

C'è ancora molto da fare

I risultati suggeriscono che il titolo “Ignoranza di Stato” non potrebbe essere più appropriato. Sebbene allarmante, il quadro che emerge dal monitoraggio dà anche speranza di miglioramenti futuri: se applicato/interpretato con meno discrezionalità da parte delle autorità negli anni a venire, il FOIA potrebbe innalzare davvero il grado di trasparenza in Italia.

A tal fine, tuttavia, è necessario investire risorse per la formazione dei funzionari pubblici, che è il requisito essenziale per garantire il rispetto degli obblighi del FOIA – la scadenza entro 30 giorni, la motivazione del diniego, l'informazione su come inviare una richiesta. Infine, dato che il FOIA italiano costituisce una novità, c'è spazio per miglioramenti e modifiche.