“1, 2, 3, Integrarsi!” Il Belgio vuole forzare l'integrazione degli immigrati

Un nuovo disegno di legge mira a rendere l'integrazione in società un requisito per ottenere il permesso di soggiorno nel paese. Ma ottenere l'integrazione solo con le minacce e le sanzioni è un'impresa folle.
“Luce rossa! Luce Verde!” Tutti noi ricordiamo il gioco a cui abbiamo giocato nel cortile della scuola. Un bambino fa il “semaforo” e gli altri formano una fila a circa 5 metri di distanza. Il semaforo dando le spalle ai bambini grida “luce verde!”. A questo punto i bambini possono avanzare. In qualsiasi momento il semaforo può dire “luce rossa!” e girarsi. Se qualcuno viene beccato mentre si muove, è fuori.
In Belgio, questo gioco è conosciuto come “Un, deux, trois, piano!”. Stesso gioco, stesse regole. Quando il leader grida, “Uno, due, tre!” gli altri bambini possono avanzare. Quando sentono il leader gridare “Piano!” devono fermarsi e restare immobili.

Il 23 novembre la Camera dei Rappresentanti ha preso in esame un disegno di legge che mira a rendere la volontà di integrarsi un requisito per ottenere il permesso di soggiorno nel paese. Il disegno di legge assomiglia a quel gioco da bambini. Perché non lo chiamiamo “1, 2, 3, Integrarsi!”?

L'unica scelta è “giocare”

Che cosa prevede la legge? I nuovi arrivati devono firmare una cosiddetta Dichiarazione di Integrazione, in base alla quale certificano di conoscere i valori e le regole fondamentali della società belga e di volerli rispettare.

In una certa misura, tale dichiarazione stabilisce le regole del gioco, nel quale lo stato belga svolge il ruolo del “semaforo” e i nuovi arrivati giocano il ruolo di quelli che fanno del loro meglio per avanzare.

Ma un migrante non può scegliere se giocare o meno: deve firmare la dichiarazione, altrimenti non potrà ottenere il permesso di soggiorno. A marzo di quest'anno, il segretario di stato per l'immigrazione e l'asilo ha postato un Tweet su questa proposta di dichiarazione.

Luce rossa, luce verde? La proposta di legge sembra dare per scontato che i migranti siano imbroglioni, ancor prima di iniziare il “gioco”.
Al di là del dibattito sulla legittimità di una tale dichiarazione, il suo contenuto è piuttosto inquietante. I migranti sono stigmatizzati, in particolare quando si tratta di terrorismo e parità di genere.

E' come se si presupponesse che i migranti fossero degli imbroglioni, anche prima di iniziare il “gioco.” I lavori preparatori della legge stabiliscono che questa dichiarazione “costituisce prima di tutto un messaggio di benvenuto ad ogni straniero.” C'è ragione di essere confusi.

E' necessario inoltre sottolineare che la Sezione Legislativa del Consiglio di Stato (che, in un certo senso, fa da arbitro) ha stabilito che il governo federale non può essere l'unico a stabilire i contenuti della Dichiarazione, perché le entità federate sono responsabili dell'accoglienza e dell'integrazione dei migranti.

In altre parole, sia lo stato che le entità federate dovrebbero lavorare insieme alla preparazione della dichiarazione. Considerando quanto possono essere differenti le tendenze politiche tra nord e sud del paese, questo non è un compito facile.

O ti integri o te ne vai!

Ma c'è di più! Il disegno di legge stabilisce che l'integrazione è ora un nuovo requisito per il permesso di soggiorno. Cosa significa? Non solo che i migranti devono firmare la dichiarazione, ma devono anche fare “sforzi ragionevoli per integrarsi” se vogliono ottenere il permesso di soggiorno in Belgio.

"1, 2, 3… 4, 5, integrarsi!”: nei primi 5 anni di permanenza in Belgio c'è il rischio che l'Ufficio Stranieri ritenga in qualunque momento che il nuovo arrivato non abbia fatto sforzi sufficienti per integrarsi e ritiri il suo permesso di soggiorno (o decida di non rinnovarlo). In questo gioco, non è una questione di “non muoversi”; si tratta di essere integrati.

La legge include vari criteri per verificare gli sforzi di integrazione. Tuttavia, il margine di valutazione dell'Ufficio Stranieri è ampio e c'è il rischio che qualunque comportamento non “apprezzato” dall'amministrazione porti al ritiro del permesso di soggiorno.

Per esempio, sappiamo quanto sia difficile per i nuovi arrivati trovare un lavoro per via della discriminazione subita nel mercato del lavoro. L'amministrazione riterrà che non hanno fatto abbastanza sforzi per ottenere un lavoro? E' come il serpente che si mangia al coda: non solo ai migranti è negata un'occupazione, ma è probabile che vengano accusati di non essersi integrati.

Un gioco pericoloso?

E' legittimo temere che questo nuovo criterio per integrarsi sia di fatto un nuovo requisito “pigliatutto” per il permesso di soggiorno: a chiunque si “allontani dal modello” potrebbe essere chiesto di tornarsene al paese di origine. Se così fosse, sarebbe difficilmente compatibile con le leggi europee. Se il Belgio può adottare nuove “misure di integrazione”, tali misure devono essere interpretate in maniera restrittiva e devono essere chiare e non ambigue.

La Lega dei Diritti Umani si chiede se, in nome dell'integrazione, sia possibile imporre requisiti come avere un lavoro, avere padronanza della lingua o partecipare alla vita comunitaria, per ottenere il permesso di soggiorno. Si tratta di questioni fondamentali. Se la risposta è “sì”, allora la legge, che presto sarà approvata, è in conflitto con la normativa europea.

Programmi di accoglienza e integrazione sono già predisposti in tutto il paese, con l'eccezione della regione di lingua tedesca. Tali programmi sono obbligatori ovunque, tranne a Bruxelles, anche se non passerà molto tempo prima che arrivino anche lì.


I migranti in Belgio saranno obbligati a fare uno sforzo per integrarsi, ma è davvero necessario aggiungere il requisito dell'integrazione per l'ottenimento del permesso di soggiorno? (Foto: GUE/NGL)

Nel caso in cui i migranti non partecipino a questi programmi, possono essere multati. E' davvero indispensabile aggiungere l'integrazione tra i requisiti per il permesso di soggiorno? Si tratta di un requisito proporzionato all'obiettivo perseguito? Contribuirà davvero a migliorare l'integrazione dei nuovi arrivati? Non si corre il rischio che tale requisito possa causare l'esclusione di alcuni migranti e delle loro famiglie anziché promuovere la loro pacifica integrazione in società?

“1, 2, 3, Integrarsi!”: il confronto tra il disegno di legge e il gioco da bambini mette in luce i suoi limiti, perché stiamo giocando con le vite di intere famiglie. Questa legge colpisce in particolare le persone che fanno richiesta di ricongiungimento familiare. Per via degli impegni internazionali del Belgio, cittadini comunitari e rifugiati (comprese le loro famiglie) sono esclusi.

Rispetto al numero totale dei nuovi arrivati in Belgio, una bassa percentuale di persone sarà interessata da questa legge. Dai lavori preparatori si stima che si tratti di 25,000 persone. Se, tuttavia, prendiamo in considerazione le statistiche dell'Ufficio Stranieri del 2015, queste cifre sembrano essere gonfiate.

Ci si potrebbe domandare se questa legge non sia una trovata pubblicitaria ad alto valore simbolico. Resta il fatto, tuttavia, che la sua approvazione significherebbe un evidente rischio di esclusione per i nuovi arrivati soggetti alla legge.

Cooperazione, non competizione

Al di là delle questioni giuridiche e dell'obiettivo perseguito dal disegno di legge, quello che dovrebbe essere messo in discussione qui è il messaggio che i politici vogliono inviare ai nuovi arrivati. I leader politici danno per scontato che i nuovi arrivati non vogliano integrarsi, sebbene le ricerche sul tema dimostrino il contrario. Tutti sono daccordo che l'integrazione è essenziale.

Se si vuole l'integrazione, tuttavia, è necessario che partecipino entrambe le parti: è impossibile entrare in una stanza quando le porte sono chiuse. I Principi Comuni per le politiche di integrazione degli immigrati dell'Unione Europea dicono la stessa cosa:

"L'integrazione è un processo dinamico, in due direzioni, di mutuo riconoscimento da parte delle popolazioni locali e immigrate.” L'integrazione attraverso le minacce e le sanzioni è un'illusione.


Scritto da Sarah Ganty, Membro della Commissione Stranieri della Lega Belga dei Diritti Umani, ricercatore in diritto presso la Libera Università di Bruxelles (ULB). L'articolo è stato pubblicato sul quotidiano Libre Belgique il 29 novembre 2016.