Bulgaria condannata per aver privato genitori del contatto con i figli

Il 6 aprile la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato la Bulgaria per violazione dell'articolo 8 della Convenzione Europea sui Diritti Umani, che tutela il diritto alla privacy e alla vita familiare.
Il caso di Aneva et al. vs. Bulgaria unisce tre casi e comprende tre diversi scenari, presentati da quattro ricorrenti. Tutti riguardano genitori privati del contatto con i loro bambini nonostante le sentenze riconoscessero i loro diritti parentali o una qualche forma di avvicinamento.

Allontanamento dei genitori

Slaveyka Kicheva aveva ottenuto la custodia del figlio (nato nel 2005) in seguito alla separazione dal padre. Ma nel settembre 2011, dopo un incontro programmato, il padre si è rifiutato di riportare il figlio a casa.

Dopo questo episodio, Kicheva ha potuto vedere il bambino solo poche volte e sempre alla presenza del padre. In uno dei suoi tentativi di vedere il bambino, la Kickeva è andata a casa dell'ex-marito, che l'ha picchiata di fronte al figlio.

Ha contattato l'ufficiale giudiziario, che ha preso in carico il caso, ma il padre si è rifiutato di partecipare agli incontri programmati per la custodia del bambino o non lo ha portato con lui.

Nei due casi in cui è stato portato il bambino, questo era visibilmente inquieto, non voleva stare con la madre e sembrava in pericolo. Secondo la valutazione psicologica, il bambino era in uno stato di estrema disaffezione dai genitori e sotto la forte influenza del padre, che ha ripetutamente sottolineato come le sue risorse e la sua stabilità finanziaria facessero di lui un genitore migliore.

Bambino a rischio, ma lo stato non interviene

Nel settembre 2013 la valutazione psicologica sulla situazione del bambino concludeva che lui stava vivendo una crisi emotiva cronica e un estraniamento dalla madre. Nel corso dell'anno successivo, il padre ha totalmente cessato di presentarsi agli incontri con la Kicheva.

Nella relazione degli esperti del 2014 si legge che il bambino era a rischio e si conferma che il comportamento del padre era deliberatamente aggressivo in quanto criticava e insultava costantemente la madre del bambino.

Anche se la sentenza finale ha attribuito i diritti genitoriali alla Kicheva, per l'accusa il padre non ha commesso alcun reato trattenendo illegalmente il bambino.

"La procura non ha avviato alcuna azione nonostante la chiara disposizione del Codice Penale al riguardo e nonostante le evidenti prove di reato. I poteri delle istituzioni sociali sono limitati e non possono obbligare il padre a collaborare”, ha dichiarato Adela Kachaunova, avvocato del Bulgarian Helsinki Committee, che ha rappresentato la Kicheva a Strasburgo.

Strasburgo condanna lo stato

La Corte Europea dei Diritti Umani nella sua sentenza sottolinea che in casi come questo intervenire rapidamente è particolarmente importante nelle fasi iniziali della separazione, quando c'è ancora un forte legame tra il bambino e i suoi genitori.

La Corte ritiene che le procedure previste debbano essere realizzate con particolare diligenza e sottolinea che le autorità non sono state in grado di mettere in atto in maniera accurata e pronta le misure necessarie per garantire il diritto alla privacy e alla vita familiare.