Bimba rifugiata morta sotto un treno, famiglia trattenuta in Croazia

La famiglia della bambina morta al confine con la Serbia è tornata in Croazia, dove viene trattenuta da oltre 30 giorni.

Madina Hussiny, 6 anni, è stata travolta e uccisa da un treno lo scorso novembre. Le autorità croate avevano respinto la richiesta di asilo presentata dalla sua famiglia e detto loro di camminare lungo i binari del treno fino a raggiungere la Serbia.

La sorella di Madina ha contattato il Centre for Peace Studies, membro di Liberties e fatto sapere che la sua famiglia è ritornata in Croazia e si trova trattenuta in una struttura della città di Tovarnik.

Sono costretti a stare in tre stanze separate e possono incontrarsi soltanto durante i pasti.

Nessun diritto

La ragazza ha riferito che gli operatori del centro di detenzione non hanno fornito loro alcuna informazione sul loro caso e su quanto tempo avrebbero dovuto restare lì.

La famiglia ha chiesto di poter contattare l'avvocato che li rappresenta nella causa contro il Ministro degli Interni croato riguardo alla responsabilità della morte di Madina. Ma la richiesta è stata respinta, con la motivazione che avevano già firmato un contratto con il loro avvocato in Serbia.

Inoltre, la famiglia è stata costretta a firmare documenti senza poterli comprendere. La sorella di Madina ha riferito che le autorità croate hanno minacciato di rimandarli in Serbia se non li avessero firmati, nonostante loro avessero presentato domanda di asilo in Croazia.

Non hanno neanche avuto la possibilità di contattare ufficialmente il Centre for Peace Studies, né l'organizzazione è stata autorizzata a far loro visita o ad assicurare l'aiuto legale di cui avrebbero diritto.

Ricorso a Strasburgo

Per il Centre for Peace Studies la Croazia deve garantire i diritti della famiglia, consentendo libertà di movimento e sostegno legale. L'organizzazione sottolinea come ci siano stati tantissimi tentativi di manipolare e intimidire la famiglia, che ha già sofferto abbastanza.

L'avvocato della famiglia ha presentato un ricorso costituzionale e chiesto alla Corte Europea dei Diritti Umani di disporre una misura temporanea per rilasciare la famiglia.

La corte ha emesso un provvedimento provvisorio urgente con il quale chiede un trattamento più umano nei confronti della famiglia, ma a 6 giorni da questa misura né l'avvocato della famiglia, né il Centre for Peace Studies sono stati autorizzati ad incontrare la famiglia o hanno avuto informazioni sul loro caso e su dove siano collocati.