Diritti dimenticati ai confini, avvocati polacchi sostengono i rifugiati

Al confine tra Polonia e Bielorussia, una frontiera in cui i diritti dei richiedenti asilo vengono palesemente calpestati, un gruppo di 14 avvocati fornisce assistenza ai richiedenti protezione internazionale in Polonia.
L’evento del 17 marzo è stato il frutto di un’iniziativa congiunta dell’Ordine degli Avvocati di Varsavia, HFHR e l’Associazione per l’Intervento Legale, tutti soggetti da tempo impegnati nel monitoraggio della situazione nelle stazioni di frontiera, compresa quella ferroviaria di Terespol.

L’iniziativa è stata sostenuta dal Commissario Diritti Umani, dall’organizzazione umanitaria che sostiene i rifugiati bielorussi Humana Constanta, dal progetto per i rifugiati Chlebem i Sola, dall’International Humanitarian Initiative Foundation e dal sito internet uchodzcy.info.

Frontiere chiuse per i rifugiati

Il monitoraggio realizzato dalle organizzazioni non governative rivela che le autorità polacche sistematicamente negano l’accesso ai richiedenti asilo che arrivano al confine tra Polonia e Bielorussia.

Ufficiali della Polizia di Frontiera, realizzando colloqui che durano tra i 2 e i 10 minuti, negano in maniera arbitraria ai richiedenti asilo la possibilità di presentare richiesta. Queste pratiche sono diventate più frequenti a partire dalla seconda metà del 2015 e la situazione si è gradualmente deteriorata nell’arco del 2016.

A molte persone che denunciano minacce alla propria vita ed esprimono l’intenzione di chiedere protezione viene negato l’accesso alla procedura di richiesta asilo da parte della polizia di frontiera. Queste persone, che vedono respinte sistematicamente le richieste, vengono rispedite dal confine polacco a Brest, in Bielorussia. In molti casi si tratta di persone molto determinate ad entrare in Polonia in quanto temono per la propria vita o per quella dei loro familiari.

Fanno ritorno alla stazione al confine di Brest-Terespol decine di volte, spesso insieme alle loro famiglie.

Avvocati al confine

Purtroppo, la visita degli avvocati al confine ha confermato tutte le informazioni raccolte nei precedenti rapporti. Gli ufficiali della Polizia di Frontiera impediscono agli avvocati di rappresentare i rifugiati e rendono impossibile avviare la procedura di richiesta di protezione internazionale.

In prima battuta, il responsabile si è rifiutato di accettare la richiesta degli avvocati di rappresentare i loro clienti e li ha indirizzati all’ufficio di registrazione della stazione, collocato a qualche chilometro di distanza. Tuttavia, in un secondo momento, ha deciso di accogliere le richieste ma di non consentire agli avvocati di parlare con le persone che rappresentano.

Nell’attesa della valutazione dei documenti, gli avvocati e i rappresentanti delle ONG hanno ricevuto chiamate e messaggi dai rifugiati in attesa al confine. A detta dei rifugiati, nel momento in cui hanno chiesto di aver accesso alla consulenza di un avvocato, la Polizia di Frontiera ha risposto che non avevano questo diritto. Inoltre, nessuno tra coloro che sono arrivati al confine ha avuto accesso all’assistenza di un interprete.

Una strada verso il nulla

La polizia di frontiera ha deciso di autorizzare due avvocati a contattare i loro clienti – due famiglie con bambini. E’ diventato presto evidente, tuttavia, che la decisione di negare il loro ingresso in Polonia era già stata presa e che gli avvocati potevano soltanto partecipare alla procedura di diniego dell’ingresso. I ceceni sono stati in seguito rimandati in treno in Bielorussia – insieme ad altre persone che avevano provato ad attraversare il confine quel giorno.

Nessuno tra coloro che voleva accedere alla procedura di protezione internazionale ha avuto questa possibilità, nonostante la legge dell’Unione Europea garantisca un sostegno in questo senso.

Il rapporto sulla visita di monitoraggio realizzata dall’Helsinki Foundation for Human Rights ad ottobre 2016 è disponibile qui.